l calendario islamico è basato sul ciclo lunare
I mesi islamici hanno questa frequenza:
1. Muhàrram - محرم di 30 giorni
2.Sàfar - صفر di 29 giorni
3. Rabì‘ al-àwwal - ربيع الأول di 30 giorni
4. Rabì‘ al-thàni - ربيع الثاني di 29 giorni
5. Jumàda al-àwwal - جمادى الأول di 30 giorni
6.Jumàda al-akhìra - جمادى الثانية di 29 giorni
7. Ràjab - رجب di 30 giorni
8. Sha‘bàn - شعبان di 29 giorni
9. Ramadàn - رمضان di 30 giorni
10.Shawwàl - شوال di 29 giorni
11.Dhu l-qà‘da - ذو القعدة di 30 giorni
12. Dhu l-hìjja - ذو الحجة di 29 giorni

E' una scrittura alfabetica composta da 28 lettere, ha la particolarità di essere molto ricca di consonanti e povera di vocali, infatti possiede solo tre vocali che sono: a, i, u, simili a quelle della lingua italiana. Queste vocali v
engono pronunciate in modo attenuato e talvolta il nostro orecchio fa fatica a distinguerle. Le vocali brevi non si scrivono. Delle 28 lettere ben 17 hanno un suono assolutamente diverso rispetto all'alfabeto italiano. Con le consonanti di questa lingua si può produrre qualsiasi suono che la gola umana possa emettere, per questo, l'arabo è considerato una delle lingue più ricche anche da questo punto di vista. L'arabo si scrive e si legge da destra a sinistra, quindi per leggere un libro scritto in arabo bisogna iniziare dall'ultima pagina. La scrittura è solo corsiva, cioè le lettere, quasi sempre, sono attaccate una all'altra. La scrittura appare quindi una sorta di stenografia e bisogna intuire la pronuncia delle parole a partire dalle sue consonanti, per esempio MNZL (casa). Per rendere meno difficile la lettura si usa "vocalizzare" le consonanti con dei piccoli segni posti sopra o sotto le stesse. La forma delle lettere varia leggermente secondo la loro posizione: all'inizio, nel mezzo o alla fine della parola. La scrittura è stata molto usata come elemento decorativo nelle opere d'arte poiché il Corano ha condannato la riproduzione di esseri animati per evitare l'idolatria. L'arabo grazie alla lettura del Corano, sempre identica nei secoli, ha conservato intatta questa ricchezza di suoni evitando l'usura fonetica subite generalmente dalle altre lingue nel corso della loro evoluzione.
Giuha e il gatto
Un giorno Giuha aveva voglia di una cena speciale, così comprò tre chili della carne migliore e la portò a sua moglie.
Sua moglie che era una brava cuoca, mise sul fuoco i pezzi di carne, aggiunse delle verdure e preparò il cuscus.
Mentre preparava il pranzo, una vicina, attirata dal profumo, venne a vedere che cosa stesse cuocendo di buono. Le due donne si misero a chiacchierare e poi assaggiarono ciascuna un pezzetto di carne, che era davvero squisita.
- Assaggiamone un altro pezzetto - disse la vicina.
E così fecero. Un pezzo dopo l'altro, le due donne
mangiarono tutta la carne.
Quando Giuha tornò a casa, la moglie gli disse che era molto spiacente ma che per cena c'erano solo verdure e un po' di cuscus.
- E dov'è finita tutta la carne che ho comprato questa mattina? - chiese Giuha.
- Mentre ero girata, il gatto ha mangiato tutta la carne - rispose la donna.
Giuha la guardò sospettoso e uscì in cerca del gatto. Quando lo trovò, rientrò a casa con una bilancia e lo pesò. Il gatto pesava esattamente tre chili.
Allora Giuha si volse verso la moglie e disse:
- O moglie, se questo è il gatto, dov'è la carne? E se questa è la carne, allora dov'è il gatto?

There is enough room on earth for everyone.
En la tierra hay sitio para todos.
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La piccolina trasportava un grosso fuscello, dieci volte più grosso di lei. Il cammello restò un bel pezzo a guardare come la formica si dava da fare, poi disse:
- Più ti guardo e più ti ammiro. Tu porti sulle spalle, come se niente fosse, un carico dieci volte più grosso di te. lo invece non porto che un sacco, e le ginocchia mi si piegano. Come mai?
- Come mai? - rispose la formica, fermandosi un momento. - Ma è semplice: io lavoro per me stessa,mentre tu lavori per un padrone.
Si rimise il fuscello sulle spalle e riprese il suo cammino.
Il maestro di preghiera tra i berberi
In mezzo alle alte montagne dell'Atlante, vivevano molte tribù berbere che parlavano solo la loro lingua e non conoscevano una sola parola in arabo. Avevano una vaga idea del Corano e delle preghiere, ma si sentivano musulmani e si addoloravano di non poter pregare con le parole del Libro Sacro.
Durante una riunione annuale, un anziano di una di queste tribù propose di recarsi dal sultano per chiedergli di mandare nei villaggi una persona colta in grado di istruirli almeno sulle cose essenziali.
I notabili del paese si recarono quindi dal Sultano di Fès, il quale si commosse di tanto zelo religioso e promise che avrebbe mandato uno degli uomini più sapienti della famosa e antichissima università di Fès.
La tribù accolse quest'uomo con entusiasmo e grande ospitalità. Nel pomeriggio l'Imam convocò la gente alla preghiera, tutti fecero le abluzioni e si disposero in file; in prima posizione si mise il maestro e stava già per iniziare quando si accorse che il terreno era bagnato e fangoso. Per non sporcare l'abito bianco prese un pezzo di una porta le cui assi erano però sconnesse e formavano delle fessure e vi salì sopra. Sollevò le mani come prescrive la tradizione ed esclamò: " Allahu Akbar " (Dio è grande) e tutti gli uomini schierati dietro di lui ripeterono: " Allahu Akbar ". Dopo la Fatiha e la Sura del Corano, l'Imam si inchinò e tutti ripeterono le sue parole. Quindi si prostrò a terra fino a toccare le assi con la fronte e tutti lo imitarono e ripeterono le sue parole in arabo senza capire nulla. Purtroppo le fessure delle assi si allargarono e il naso del sapiente rimase nello spazio tra le due assi e quando si volle rialzare lo spazio si chiuse e il naso rimase intrappolato. A nulla valsero i suoi sforzi per liberarlo. Allora gridò ad alta voce: "Ho il naso imprigionato!" e tutti ripeterono in arabo: "Ho il naso imprigionato". Gridò ancora: "Venite ad aiutarmi!" e tutti ripeterono con fervore: "Venite ad aiutarmi!". Sempre più esasperato e dolorante l'Imam urlò: "Ma allora non capite proprio niente?" e tutti ripeterono con partecipazione "Ma allora non capite proprio niente?".
A questo punto l'Imam diede un forte strattone e si liberò, terminò la preghiera, salì sull'asino per ritornare in città e furioso disse: "Prima imparate l'arabo, poi ritornerò ad insegnarvi a pregare!".
Imam: "Colui che sta davanti", dirige la preghiera e si mette da solo in prima fila.
Fatiha : "La Aprente" prima Sura (capitolo) del Corano usata per iniziare la preghiera e in molte cerimonie.
hijab

Calligraphie © Hassan Massoudy 
Si racconta che c'era nel tempo dei tempi e negli anni passati un potente sovrano, il suo nome era Shahriyàr. Il suo regno si estendeva alle Indie, alla Cina e alla Gran Tartaria, ma se egli era potente e ricco, certo non era felice, anzi, deluso ed infuriato per il tradimento della moglie, iniziò a concepire un odio mortale per l'intero genere femminile. Esamina ciò che viene detto, non quello che parla.
L'avido è calvo e pretende un pettine.
Un beneficio rinfacciato vale quanto un'offesa.
Un uomo può valerne cento e cento non valerne uno.
Meno il cuore è nobile, più la testa è eretta.
Si può vivere senza fratelli, ma non senza amici.
Se ti fermi ogni volta che un cane abbaia, non finirai
mai la tua strada.
Il genere umano si divide in tre classi: gli inamovibili,
quelli che sono mossi, e quelli che muovono.
Il frutto della pace è appeso all'albero del silenzio.
Sotto il sole del deserto il cammelliere fa i suoi progetti,
ma li fa anche il cammello
Abbigliamento nel mondo arabo tra passato e presente :
haik
Era il velo tradizionale delle donne in alcune regioni del Marocco e dell’Algeria. Fece la sua comparsa nel xv secolo ed era indossato per nascondere la bellezza delle ragazze cittadine che attraversavano i vicoli della casbah o erano alle prese in altre attività pubbliche. L’indumento permetteva inoltre, di fare una distinzione sociale tra le cittadine e la gente modesta. Il suo colore bianco immacolato, si dice, attenuasse il calore del sole e proteggesse la pelle. Alla fine del XVI secolo, le Algerine lo abbinarono ad una veletta per evitare di restare troppo a lungo occupate a portarsi il velo a livello del viso nel momento in cui pensavano di essere vicine ad uno straniero o per non essere riconosciute per strada. Oggigiorno sta scomparendo. Soltanto qualche anziana signora continua a portarlo, le altre preferiscono portare l’hijab o la djellaba marocchina, più pratici e funzionali, utilizzandolo solo nelle occasioni speciali: per esempio le spose, lo usano come mantello per coprire l’abito all’inizio della cerimonia. Il termine deriva dal verbo haka, che significa ‘tessere’ ed indica una stoffa tessuta in maniera tradizionale, in casa. A seconda delle diverse usanze possono essere usati fili di seta, come in Algeria, o di lana, come in Tunisia.
L’ haik è una pezza di tessuto bianco rettangolare, alta non più di un metro e mezzo, tre volte più lunga, solitamente a tinta unita ma a volte anche a righe colorate. L’ indossavano sia gli uomini che le donne, gli abitanti delle città e dei villaggi ed, essendo priva di cuciture, poteva essere drappeggiata direttamente sul corpo.