un tè alla menta

storie dal mondo arabo...
mercoledì, 06 agosto 2008

Il calendario islamico

l calendario islamico è basato sul ciclo lunare

Il Corano prevede che il nuovo mese inizi subito dopo la luna nuova, o meglio quando appare la prima esile falcetta di luna crescente. Prevedere questo esatto momento è molto complicato; per semplicità i calendari perpetui islamici usano la seguente regola: l'anno, che si chiama “hijri”, è composto da dodici mesi alternativamente di 29 e 30 giorni; ed è più corto di quello solare avendo solo 354 giorni. Poiché l'inizio del mese reale è stabilito in base all'osservazione diretta della prima luna crescente, non è detto che la lunghezza dei mesi sia sempre quella riportata in tabella e si possono verificare scostamenti di un giorno tra il calendario reale e quello perpetuo; sono addirittura possibili scostamenti tra il calendario di un paese islamico e quello di un altro paese parimenti islamico ma geograficamente lontano. Inoltre i mesi e le festività non cadono mai nelle stagioni in modo fisso. L’anno dell’immigrazione del Profeta Muhammad  dalla Mecca a Medina, che cade nel 622 d.C., è considerato come il primo per i musulmani, quindi per il calendario islamico ora ci troviamo nell’anno 1429.

I mesi islamici hanno questa frequenza:

1. Muhàrram - محرم di 30 giorni

 2.Sàfar - صفر di 29 giorni

 3. Rabì‘ al-àwwal - ربيع الأول di 30 giorni

 4. Rabì‘ al-thàni - ربيع الثاني di 29 giornicalendario islamico

 5. Jumàda al-àwwal - جمادى الأول di 30 giorni

6.Jumàda al-akhìra - جمادى الثانية di 29 giorni

 7. Ràjab - رجب di 30 giorni

8. Sha‘bàn - شعبان di 29 giorni

9. Ramadàn - رمضان di 30 giorni

10.Shawwàl - شوال di 29 giorni

 11.Dhu l-qà‘da - ذو القعدة di 30 giorni

12. Dhu l-hìjja - ذو الحجة di 29 giorni

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categorie: calendario islamico
domenica, 20 luglio 2008

Proverbio arabo

il saggio
                 Onesto è colui che cambia il proprio pensiero
                 per accordarlo alla verità.
                 Disonesto è colui che cambia la verità
                 per accordarla al proprio pensiero.
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mercoledì, 02 luglio 2008

La lingua araba

E' una scrittura alfabetica composta da 28 lettere, ha la particolarità di essere molto ricca di consonanti e povera di vocali, infatti possiede solo tre vocali che sono: a, i, u, simili a quelle della lingua italiana. Queste vocali valfabeto araboengono pronunciate in modo attenuato e talvolta il nostro orecchio fa fatica a distinguerle. Le vocali brevi non si scrivono. Delle 28 lettere ben 17 hanno un suono assolutamente diverso rispetto all'alfabeto italiano. Con le consonanti di questa lingua si può produrre qualsiasi suono che la gola umana possa emettere, per questo, l'arabo è considerato una delle lingue più ricche anche da questo punto di vista.  L'arabo si scrive e si legge da destra a sinistra, quindi per leggere un libro scritto in arabo bisogna iniziare dall'ultima pagina. La scrittura è solo corsiva, cioè le lettere, quasi sempre, sono attaccate una all'altra. La scrittura appare quindi una sorta di stenografia e bisogna intuire la pronuncia delle parole a partire dalle sue consonanti, per esempio MNZL (casa). Per rendere meno difficile la lettura si usa "vocalizzare" le consonanti con dei piccoli segni posti sopra o sotto le stesse. La forma delle lettere varia leggermente secondo la loro posizione: all'inizio, nel mezzo o alla fine della parola. La scrittura è stata molto usata come elemento decorativo nelle opere d'arte poiché il Corano ha condannato la riproduzione di esseri animati per evitare l'idolatria. L'arabo grazie alla lettura del Corano, sempre identica nei secoli, ha conservato intatta questa ricchezza di suoni evitando l'usura fonetica subite generalmente dalle altre lingue nel corso della loro evoluzione.

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giovedì, 12 giugno 2008

   Giuha e il gatto

Un giorno Giuha aveva voglia di una cena speciale, così comprò tre chili della carne migliore e la portò a sua moglie.
Sua moglie che era una brava cuoca, mise sul fuoco i pezzi di carne, aggiunse delle verdure e preparò il cuscus.

Mentre preparava il pranzo, una vicina, attirata dal profumo, venne a vedere che cosa stesse cuocendo di buono. Le due donne si misero a chiacchierare e poi assaggiarono ciascuna un pezzetto di carne, che era davvero squisita.

-  Assaggiamone un altro pezzetto - disse la vicina.

E così fecero. Un pezzo dopo l'altro, le due donne gatto-webmangiarono tutta la carne.
Quando Giuha tornò a casa, la moglie gli disse che era molto spiacente ma che per cena c'erano solo verdure e un po' di cuscus.

- E dov'è finita tutta la carne che ho comprato questa mattina? - chiese Giuha.

- Mentre ero girata, il gatto ha mangiato tutta la carne - rispose la donna.

Giuha la guardò sospettoso e uscì in cerca del gatto. Quando lo trovò, rientrò a casa con una bilancia e lo pesò. Il gatto pesava esattamente tre chili.
Allora Giuha si volse verso la moglie e disse:
- O moglie, se questo è il gatto, dov'è la carne? E se questa è la carne, allora dov'è il gatto?

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mercoledì, 28 maggio 2008

Abbigliamento nel mondo arabo tra passato e presente :

 abaya

L'abaya è un indabayaumento femminile utilizzato nei paesi musulmani. Si tratta di un lungo  mantello che la donna indossa sopra il vestito quando è in pubblico. Copre tutto il corpo ad eccezione della testa, delle mani e dei piedi. Tradizionalmente è nero in quanto un decreto religioso (fatwa) ordina che l'abaya sia confezionato con "un tessuto spesso, opaco e ampio, per non rivelare le parti del corpo", può essere portato con lo hijab o con il niqab( velo che copre il viso della donna).                     . Alcune donne scelgono anche portare i guanti neri lunghi, in modo che le loro mani siano coperte. Si usa soprattutto nei paesi del Golfo Persico. In Arabia Saudita le donne sono obbligate a portare l’abaya mentre il niqab è facoltatiivo. In Iran ne esiste una variante che  prende il nome di  chador.                               

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lunedì, 12 maggio 2008

Sulla terra c’è posto per tutti.



                                       

                                         Sur terre, ily a place pour tous.

                                         There is enough room on earth for everyone.

                                          En la tierra hay sitio para todos.


Calligraphy © Hassan Massoudy

 http://pagesperso-orange.fr/hassan.massoudy/galerie


 
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sabato, 26 aprile 2008

Il cammello e la formica

cammello

Una volta un cammello, mentre attraversava la steppa, vide ai suoi piedi nell'erba una minuscola formica

La piccolina trasportava un grosso fuscello, dieci volte più grosso di lei. Il cammello restò un bel pezzo a guardare come la formica si dava da fare, poi disse:

- Più ti guardo e più ti ammiro. Tu porti sulle spalle, come se niente fosse, un carico dieci volte più grosso di te. lo invece non porto che un sacco, e le ginocchia mi si piegano. Come mai?
- Come mai? - rispose la formica, fermandosi un momento. - Ma è semplice: io lavoro per me stessa,mentre tu lavori per un padrone.
Si rimise il fuscello sulle spalle e riprese il suo    cammino.


www.lefiabe.com

 

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lunedì, 07 aprile 2008

Proverbio arabo

Colui che non sa, e non sa di non sapere, è uno sciocco: evitalo.

Colui che non sa, e sa di non sapere, è un ignorante: istruiscilo.

Colui che sa, e non sa di sapere, è addormentato: sveglialo.

Colui che sa, e sa di sapere, è un saggio: seguilo.

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mercoledì, 19 marzo 2008

Il maestro di preghiera tra i berberi


In mezzo alle alte montagne dell'Atlante, vivevano molte tribù berbere che parlavano solo la loro lingua e non conoscevano una sola parola in arabo. Avevano una vaga idea del Corano e delle preghiere, ma si sentivano musulmani e si addoloravano di non poter pregare con le parole del Libro Sacro.
Durante una riunione annuale, un anziano di una di queste tribù propose di recarsi dal sultano per chiedergli di mandare nei villaggi una persona colta in grado di istruirli almeno sulle cose essenziali.
I notabili del paese si recarono quindi dal Sultano di Fès, il quale si commosse di tanto zelo religioso e promise che avrebbe mandato uno degli uomini più sapienti della famosa e antichissima università di Fès.
La tribù accolse quest'uomo con entusiasmo e grande ospitalità. Nel pomeriggio l'Imam convocò la gente alla preghiera, tutti fecero le abluzioni e si disposero in file; in prima posizione si mise il maestro e stava già per iniziare quando si accorse che il terreno era bagnato e fangoso. Per non sporcare l'abito bianco prese un pezzo di una porta le cui assi erano però sconnesse e formavano delle fessure e vi salì sopra. Sollevò le mani come prescrive la tradizione ed esclamò: " Allahu Akbar " (Dio è grande) e tutti gli uomini schierati dietro di lui ripeterono: " Allahu Akbar ". Dopo la Fatiha e la Sura del Corano, l'Imam si inchinò e tutti ripeterono le sue parole. Quindi si prostrò a terra fino a toccare le assi con la fronte e tutti lo imitarono e ripeterono le sue parole in arabo senza capire nulla. Purtroppo le fessure delle assi si allargarono e il naso del sapiente rimase nello spazio tra le due assi e quando si volle rialzare lo spazio si chiuse e il naso rimase intrappolato. A nulla valsero i suoi sforzi per liberarlo. Allora gridò ad alta voce: "Ho il naso imprigionato!" e tutti ripeterono in arabo: "Ho il naso imprigionato". Gridò ancora: "Venite ad aiutarmi!" e tutti ripeterono con fervore: "Venite ad aiutarmi!". Sempre più esasperato e dolorante l'Imam urlò: "Ma allora non capite proprio niente?" e tutti ripeterono con partecipazione "Ma allora non capite proprio niente?".
A questo punto l'Imam diede un forte strattone e si liberò, terminò la preghiera, salì sull'asino per ritornare in città e furioso disse: "Prima imparate l'arabo, poi ritornerò ad insegnarvi a pregare!".

 

Imam: "Colui che sta davanti", dirige la preghiera e si mette da solo in prima fila.

Fatiha : "La Aprente" prima Sura (capitolo) del Corano usata per iniziare la preghiera e in molte cerimonie.


www.arab.it

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lunedì, 03 marzo 2008

Abbigliamento nel mondo arabo tra passato e presente :

hijab

hijab
Per hijab si intende comunemente il foulard che copre il capo e le spalle delle donne musulmane. Il termine deriva dal verbo arabo “hajaba” (nascondere) e indica, nel suo significato originario, ogni ostacolo posto davanti a un oggetto o ad un individuo per sottrarlo alla vista altrui. In questo caso l’hijab ha lo scopo di proteggere le donne dagli sguardi lascivi e dalle attenzioni non richieste. In generale può essere composto da due pezzi: una prima cuffia che raccoglie e copre i capelli, tenendoli fermi, e un velo vero e proprio che viene appoggiato su questa, spesso lasciando che la cuffia sporga da sotto il velo. L’hijab può essere di qualsiasi colore, alcune donne lo preferiscono nero, altre bianco altre a fantasia e viene appuntato sotto il mento con una spilla. Le punte del foulard possono essere lasciate cadere morbidamente sul corpo oppure, per ragioni di praticità, avvolte attorno al collo come una sciarpa, in particolare quando si devono svolgere attività di tipo pratico. In generale è accompagnato da una tunica o da uno spolverino, ma può essere indossato anche con abiti normali, gonne camicie e pantaloni purché “adeguati”. La gonna deve essere lunga, la camicia larga, con maniche che arrivano sotto i gomiti e se indossata sui pantaloni, non troppo corta. Il velo è considerato una parte integrante dell’Islam da un gran numero di musulmani. Attaccare l’uso dell’hijab è come attaccare il diritto di un cristiano di portare la croce, o il diritto di un ebreo di indossare lo yarmulke.
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mercoledì, 13 febbraio 2008

L'amore comprende tutte le lingue

L                        Calligraphie © Hassan Massoudy
  
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Love understands all languages -
L'amour comprend toutes les langues.


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sabato, 19 gennaio 2008

Le mille e una notte di Shahrazàd

shahrazadSi racconta che c'era nel tempo dei tempi e negli anni passati un potente sovrano, il suo nome era Shahriyàr. Il suo regno si estendeva alle Indie, alla Cina e alla Gran Tartaria, ma se egli era potente e ricco, certo non era felice, anzi, deluso ed infuriato per il tradimento della moglie, iniziò a concepire un odio mortale per l'intero genere femminile.
Ordinò così al visir di condurgli ogni sera una giovane fanciulla vergine, dopo aver trascorso con lei l’intera notte, la mattina seguente ne avrebbe ordinato l’ esecuzione. La strage continuò per tre anni propagando nella città un indescrivibile panico: molte famiglie per salvare le belle e innocenti fanciulle dal pericolo di essere scelte come spose del sovrano e da lui votate ad una morte precoce, fuggirono lasciando la capitale. Una sera il re ordinò al visir, come al solito, di portargli una nuova fanciulla. Il visir girovagò per tutta la città, ma non riuscì a trovare nemmeno una vergine; triste e avvilito, tornò a casa temendo l'ira del sovrano.
Ora bisogna sapere che il visir aveva due bellissime figliole, la maggiore si chiamava Shahrazàd che in arabo significa “figlia della luna” e la minore Dunyazad ,“ preziosa come l’oro”. Shahrazàd era anche molto istruita, aveva letto parecchi libri e conosceva una quantità di storie e leggende relative alle età passate, ai re antichi e ai poeti. Sapeva parlare molto bene ed era un piacere starla ad ascoltare. Alla vista del padre ella disse: " Perchè, padre mio, ti vedo chino in tal modo sotto il fardello delle pene e delle afflizioni? Sappi, o padre, che il poeta dice: < 0 tu che ti affliggi consolati! Niente dura: ogni gioia svanisce, ogni dolore si dimentica! > " Quando il visir udì queste parole, le raccontò dal principio alla fine come stavano le cose. Fu allora che Shahrazad si offrì di sposare il sultano.
Il visir tentò in tutti i modi di dissuaderla, ma niente la fece desistere dal suo progetto. Dal canto suo la fanciulla aveva un piano prestabilito che includeva anche l’aiuto di Dunyazad.
Il giorno del matrimonio, dopo il pranzo, quando gli sposi si ritirarono nella camera nuziale, il re vide che Shahrazad piangeva e le chiese il motivo.
" 0 re misericordioso, ho una sorellina alla quale vorrei dire addio! " Allora il re ordinò che venisse condotta Dunyazàd, e quando costei arrivò si gettò fra le braccia della sorella e poi si mise a sedere in fondo al letto.
 " Per Allàh, sorella mia, raccontaci una storia che ci faccia passare lietamente la nottata! " E Shahrazàd rispose: " Lo farò ben volentieri se me lo concederà questo re cortese. "
Il sultano che non chiedeva di meglio che di essere distratto dai suoi cupi pensieri, acconsentì. Shaharazad allora iniziò a raccontare una lunga storia, parlava lentamente e con grazia ed il re ne fu conquistato. Al mattino la storia non era ancora finita, ma la fanciulla si interruppe e disse ;” mio sovrano, vedo che ormai sei stanco e desideri riposare, terminerò la novella un’altra notte se me lo concedi”
E così per mille e una notte, Shahrazad destò la curiosità del sovrano con i suoi racconti straordinari, ora incatenati l'uno all'altro come anelli di una collana, ora rinchiusi l'uno nell'altro come in un sistema di scatole cinesi. Quando Shahrazàd smise di raccontare, il re Shahriyàr aveva ormai dimenticato per amor suo l'antico odio per le donne; il tempo e la fantasia l'avevano riconciliato con la vita e così Shahrazàd salvò se stessa e ben più di mille e una fanciulla.
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giovedì, 27 dicembre 2007

Proverbi arabi

Esamina ciò che viene detto, non quello che parla.

L'avido è calvo e pretende un pettine.

Un beneficio rinfacciato vale quanto un'offesa.

Un uomo può valerne cento e cento non valerne uno.

Meno il cuore è nobile, più la testa è eretta.

Si può vivere senza fratelli, ma non senza amici.

Se ti fermi ogni volta che un cane abbaia, non finirai
mai la tua strada.

Il genere umano si divide in tre classi: gli inamovibili,
quelli che sono mossi, e quelli che muovono.

Il frutto della pace è appeso all'albero del silenzio.

Sotto il sole del deserto il cammelliere fa i suoi progetti,
ma li fa anche il cammello
cammelliere

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giovedì, 13 dicembre 2007

Abbigliamento nel mondo arabo tra passato e presente :  

haik

haikEra il velo tradizionale delle donne in alcune regioni del Marocco e dell’Algeria. Fece la sua comparsa nel xv secolo ed era indossato per nascondere la bellezza delle ragazze  cittadine che attraversavano i vicoli della casbah o erano alle  prese in altre attività pubbliche. L’indumento permetteva inoltre, di fare una distinzione sociale tra le cittadine e la gente modesta. Il suo colore bianco immacolato, si dice, attenuasse il calore del sole e proteggesse la pelle. Alla fine del XVI secolo, le Algerine lo abbinarono ad una  veletta per evitare di restare troppo a lungo occupate a portarsi il velo a livello del viso nel momento in cui pensavano di essere vicine ad uno straniero o per non essere riconosciute per strada. Oggigiorno sta scomparendo. Soltanto qualche anziana signora continua a portarlo, le altre preferiscono portare l’hijab o la djellaba marocchina, più pratici e funzionali, utilizzandolo solo nelle occasioni speciali: per esempio le spose, lo usano come mantello per coprire l’abito all’inizio della cerimonia. Il termine deriva dal verbo haka, che significa ‘tessere’ ed indica una stoffa tessuta in maniera tradizionale, in casa. A seconda delle diverse usanze possono essere usati fili di seta, come in Algeria, o di lana, come in Tunisia.  
Lhaik è una pezza di tessuto bianco rettangolare, alta non più di un metro e mezzo,  tre volte più lunga, solitamente a tinta unita ma a volte anche a righe colorate. L’ indossavano sia gli uomini che le donne, gli abitanti delle città e dei villaggi ed, essendo priva di cuciture, poteva essere drappeggiata  direttamente  sul corpo.

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categorie: tunisia, abbigliamento,